Zucchero, Rutger Hauer Amedeo Minghi
Rutger Hauer è “l’incrocio pericoloso” tra Zucchero Fornaciari ed Amedeo Minghi
Quella sera mi furono ventilate diverse ipotesi su come spirava il vento senza che morisse.
Secondo me però parecchi interlocutori avevano perso la bussola tant’è che io mi rifeci alla rosa dei venti anche se i presenti fossero diciannove.
Qualcuno disse che anch’io avevo perso la tramontana ma i miei amici ricordarono a tutti che non era possibile perché io ero molto freddo anche se allo stesso tempo sereno.
E poi non avevo affatto la mente annebbiata e la mia visibilità era buona.
Ma di certo non ero freddo come quella bora della loro amica che soffiava solo insulti e poi aveva quel grecale appresso che appena apriva bocca si creava subito il gelo….
Il mattino seguente inspirai aria nuova e anche se non era ancora un clima tipicamente estivo stavo dirigendomi verso levante facendo leva su tutti gli amici che ancora mi seguivano convinti.
Come uno sciocco fui sorpreso da un vento di scirocco anche se la mia non era propriamente un’indole di persona calda sentivo addosso tutto l’umido che si stava addensando nell’aria ed il nostro affanno si confondeva nell’afa pressante….
Dovevo impormi un qualcosa di imponente come il vento che tirava da ponente affinché si attenuasse quel senso di afa opprimente che si abbatteva su corpo e mente e la verità era sotto gli occhi di tutti impedendoci di vederci i piedi: bisognava cambiare aria. Ci avviammo verso nuove vie passando per più di una piazza e c’era chi piazzava anche colpi bassi forse perché non all’altezza della situazione…
maestoso spirava un vento che gelava i nostri pensieri in particolare quelli della mia maestra di sci, la maestr(ale)….
Ormai si era fatto mezzogiorno ed avevamo preso coscienza di tutto ciò che era stato ventilato e malgrado io sembrassi ormai assente tutti i presenti vollero ringraziarmi prima di lasciarci ai nostri destini senza conoscere le destinazioni.

Eric Dane Leonardo Di Caprio

Letizia Moratti Stan Laurel

Era una notte in cui non riuscivo proprio a dormire se fosse stata sera sarei stato almeno più sereno…
Stavo quasi per impazzire mi soffermai davanti al mio acquario e ci immersi la testa…
Infondo infondo credevo di essere nei fondali del mare, a prima vista mi si annebbiò la vista… poi man mano che passavano i secondi cominciarono a materializzarsi i primi pesci …..
Mi lasciai guidare da quel clima irreale…. subito il pesce volante si offrì di farlo, c’era un traffico incredibile di pesci e cercai un punto più scombro dove poter andare.
Districarsi in mezzo a tale situazione non era un’operazione per niente facile neanche davanti alla presenza del pesce chirurgo e nemmeno trovare l’area del rombo mi avrebbe condotto a nulla….
Davanti all’arrivo dell’aringa chiamai il mio avvocato ma niente e nessuno mi venne in soccorso anche se un pesce neon per qualche istante mi illuse…
Tonno subito avrei voluto dire ma ormai ero imprigionato…..
Provai a divincolarmi ma con il gomito urtai la spigola , il dolore si fece pressante tanto che avrei dovuto ricorrere a delle cure ma non trovando nulla alzai il pesce bandiera per dichiarare la mia resa…
Mi sentivo proprio un pesce sega tanto ero giù di tono… e in un lampo mi si fece dinnanzi un pesce che davvero non si capiva di che razza fosse cosicché mi allontanai virando dal lato opposto dove mi era parso di vedere un pesce gigante morto…. mi avvicinai ed osservai la salma del pesce gigante ….un vero salmone
Ad un certo punto mi sentii bussare sulla spalla, mi voltai e osservai il pesce martello che sembrava avere il chiodo fisso per una bavosa che dal fondale saliva verso la superficie….
Malgrado il mio stato confusionale dovetti ammettere che il mondo subacqueo aveva davvero il suo fascino rimasi davvero colpito anche se alla vista dello squalo la paura mi fece squalificare definitivamente dal mio essere subacqueo.

Ciccio Ingrassia Vincent Price


Appena mi svegliai l’orologio a pendolo suonava le sette a mo’ di big ben ed io mi preparavo a vivere il solito tam tam ma inaspettatamente udii il din don del campanello della porta. Rimasi di fatto interdetto e temporeggiai prima di aprire, ma dopo qualche secondo sulla porta incalzò un violento bum bum che mi mise in forte allarme pur senza far scattare l’antifurto.
Con passi felpati mi avvicinai allo spioncino avendo la verità nella tasca del mio accappatoio di felpa, guardai con l’occhio destro presagendo qualcosa di sinistro.
Fuori in realtà non si scorgeva l’ombra di nessuno, forse perché non c’era il sole….
rimasi ad osservare la situazione ma nessuno si fece vivo mentre io stavo morendo di paura.
Dal mio telefono cellulare nel frattempo risuonava il tin tin del messaggio, io accorsi a visionare il display dove la mia donna aveva scritto: “paura?”… la mia mente fece black out per qualche attimo, non riuscivo a capire cosa stesse succedendo, il mio cuore era un ping pong di emozioni, credevo di essere in un sogno, mi toccai la fronte, portai l’orologio sull’orecchio ed udii un rassicurante tic tac che mi confermava di essere nella realtà. Indossai i miei blue jeans mentre il toc toc della porta mi creò un nuovo stato di ansia ingovernabile, mi riportai verso lo spioncino da dove scorsi la mia lei che mi sorrideva facendo una linguaccia… aprii subito la porta la trovai con le dita a pistola che esclamava: bang bang sorridemmo entrambi per il suo scherzo ed iniziammo ad intavolare il nostro tipico bla bla…

Già da bambino mio padre mi diceva: “oggi ti porto al porto” ma non mi ci portava mai.
Quando riuscivo ad andarci mi fermavo e mi sedevo a guardare le barche lasciando che i miei pensieri fossero portati dal vento anche se da lì a poco le portate me le avrebbe portate il cameriere del mio ristorante preferito … e senza sbattere la porta.
Vivere al porto significava portare pazienza e dentisti i medici curanti avevano infatti tutti buoni pazienti.
Io da parte mia osservavo le barche al molo e la mole delle tante navi che si fermavano lì per ore….
Seguivo le orme degli ormeggi e le tante ancore ancora oggi restano ancorate nei miei ricordi…
La mia fantasia era già dove il mare toccava il cielo … immaginavo le vite dei pescatori che agitavano reti ( seppure in tutta tranquillità) nei loro pescherecci restando tanto tempo al palo…
ma poi finivano comunque per traversare il mare… i miei occhi ed i miei pensieri intrecciavano i loro discorsi e le reti cariche di pesci azzurri, anche se a me erano sempre parsi argentati ma evidentemente il premio più ambito doveva essere l’orata…
immaginavo il loro peschereccio in mare aperto (anche se non ho mai capito quale fosse quello chiuso) trovare relitti cariche di derelitti a cui rivolgere sguardi e tendere mani callose con vele spiegate (ed alcune da spiegare) traboccanti di vene…. immaginavo le loro vite in prossimità di fame e morte… appesi alla sorte…ed al sorteggio di farcela a toccare terra…
immaginavo e come loro mi barcamenavo anche io….
ma infondo anche oggi come ieri per lo più mi barcameno…